Storia, tradizione e ricetta dell’antico grano cotto

Gràne che ru mm’r’cutt (grano con il vino cotto)

Sono antichissime le usanze che si tramandano e ritornano come ogni anno nel giorno della commemorazione dei defunti che ricade il 2 novembre. Quando tale ricorrenza s’avvicina c’è un dolce antico fatto con ingredienti semplici offerti dalla natura proprio in questo periodo dell’anno e che ancora oggi viene preparato in casa e viene ricordato con il nome di grano con il vino cotto. Tutti ma proprio tutti lo ricordano sin dall’infanzia.

Ci sono tradizioni culinarie che raccontano veramente la storia di un popolo. Infatti, è doveroso raccontare per ricordare ciò che accadeva intorno agli anni ’50 quando si viveva in condizioni di povertà. Molte erano le persone povere di quei tempi che aspettavano questa ricorrenza per bussare alla porta dei più ricchi esclamando “ddán’m di murte” e così i ricchi offrivano loro non solo il grano cotto ma anche altri alimenti che avevano in casa. Un vero e proprio gesto di solidarietà tra poveri e ricchi.

Questo dolce tipico della festività dei defunti è elaborato con ingredienti semplici provenienti dalla terra e di stagionalità autunnale: melagrano, noci, vino cotto e grano. In particolare c’è un ingrediente che rappresenta anche uno dei 5 colori del benessere cioè il rosso ed è proprio il melagrano. In generale, ciascuno presenta specifiche proprietà e benefici per la salute e che messi insieme sono un vero e proprio cocktail di salute. Un dessert gustoso e completo di tutti i nutrienti.

Ricetta

Ingredienti: grano cotto, 500 gr; gherigli di noci sgusciate, 150 gr; melagrana, n.1 – 2; vino cotto, q.b.

Preparazione: i chicchi di grano vengono messi prima in ammollo cambiando spesso l’acqua e successivamente lessati in abbondante acqua non salata. Una volta raggiunta la cottura al dente si scolano e si fanno raffreddare sotto l’acqua fredda correte; vengono mescolati insieme ai gherigli di noci a pezzettini ed ai chicchi di melagrano. Infine, per completare la preparazione di questo dolce si aggiunge a poco a poco il vino cotto continuando a mescolare fino a rendere tale composto omogeneo. Per quanto riguarda il vino cotto si può scegliere in base al gusto personale sia quello ottenuto dall’uva che quello derivante dai fichi.

Variante: cioccolato fondente a pezzettini, cannella, canditi.

 

Immagini: Facebook

 

Tempo di zucca: proprietà, benefici e corretto utilizzo in cucina

La zucca, appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, è un alimento povero di calorie ma ricco di nutrienti. Nel pieno della sua stagionalità da ottobre fino a dicembre offerto dalla natura. Presente nella sua forma tonda oppure lunga è caratterizzata dal suo vivace colore giallo-arancione.

Benefici e proprietà nutrizionali

Antinfiammatorio, calmante, emolliente, lassativa, diuretica oltre ad essere anche facilmente digeribile. Per la sua predominanza del colore arancione contiene betacarotene. Ricca anche in Vitamine del gruppo B, Vitamina A, C, E ed acido folico. Contiene anche sali minerali in particolare ferro, calcio e potassio ma anche fosforo e zinco. Discreta quantità di fibra che le conferisce un potere saziante e numerosi amminoacidi quali triptofano, arginina, acido aspartico e glutammico. La polpa è particolarmente ricca di acqua tanto da essere un alimento a basso contenuto calorico con un apporto di circa 18 Kcal per 100 gr di polpa.

Utilizzo: per piatti salati e dolci come risotto, minestre, al forno, al vapore, dolci

Particolarità: i semi di zucca (ricchi di acidi grassi essenziali omega-3, omega-6, Vitamine B, E e Sali minerali) sono l’alimento che contiene la maggiore quantità di arginina. Tostati e non salati, da assumere dopo il pasto, vengono utilizzati come rimedio fitoterapico, ad esempio nell’ipertrofia prostatica benigna. La tostatura o una scarsa masticazione impediscono l’assorbimento delle sostanze nutrienti solubili in acqua, come tiamina, riboflavina, niacina e vitamine B6, B12 e C.

Conservazione: Le zucche intere possono essere conservate per tutto il periodo invernale in ambiente buio, fresco e asciutto. La tradizione vuole che si mangino entro carnevale. I pezzi di zucca cruda si conservano in frigorifero, nel reparto delle verdure, avvolte dentro la pellicola trasparente, e vanno consumate nel giro di pochi giorni, poiché si disidratano facilmente. La sua polpa può essere anche congelata, meglio se prima sbollentata.

Profumo d’autunno in tavola con i legumi

Una volta si diceva che “i legumi erano la carne dei poveri“, infatti, vantano proprietà nutrizionali tali da essere considerati veri e propri sostituti dei secondi piatti di origine animale. I più comuni sono fagioli, piselli, lenticchie, fave e ceci; meno comune è invece l’uso di soia, arachidi e lupini.

Tutti i legumi, proteine vegetali, sono definiti proteine di “media qualità” poiché non complete di tutti gli amminoacidi essenziali essendo carenti in metionina e cisteinaLa metionina e cisteina sono invece presenti nei cereali integrali che a loro volta sono carenti di altri amminoacidi, lisina e triptofano, che ritroviamo in maniera consistente nei legumi. Un piatto completo quindi è dato dalla corretta combinazione di legumi e cereali integrali. Da un punto di vista scientifico questa combinazione viene definita “complementazione proteica”.

Pertanto, cereali integrali e legumi insieme ci forniscono tutti gli amminoacidi essenziali di cui abbiamo bisogno e per tale ragione rappresentano un piatto, dal punto di vista proteico, non più di “media qualità” ma ad “elevato valore biologico” come il pesce e la carne.

Consigli per l’uso

Si suggerisce di aggiungere alcune erbe aromatiche, come per esempio l’alloro, non solo in fase di ammollo ma anche durante la cottura per prevenire il fastidio del gonfiore di pancia. Si sconsiglia, inoltre, l’uso del bicarbonato che impoverisce i legumi alterandone le qualità nutrizionali.

Come cuocere i legumi

Lasciate a bagno i legumi per circa 10-12 ore cambiando l’acqua di ammollo varie volte. Mettete a cuocere con acqua 1 parte di legumi e 3 parti di acqua rispettando i seguenti tempi di cottura a fuoco lento in pentola normale mentre si riducono se si usa la pentola a pressione:

 

  • Circa 3-4 ore per ceci e fagioli;
  • Circa 1-2 ore per le lenticchie;
  • Circa 2-3 ore per fave e piselli secchi.

 

5 consigli per concludere una stagione estiva al Top

1. Evitare la disidratazione

Durante la stagione estiva, quando la temperatura e l’umidità sono elevate, è indispensabile introdurre molti liquidi per contrastare la disidratazione causata da eccessiva sudorazione.

2. Acqua e cibi di stagione

 

Bere frequentemente acqua durante la giornata anche se non si avverte il senso di sete. L’acqua è ricca di sali minerali come anche alcuni cibi freschi e di stagione ne sono ricchi oltre a contenere anche le vitamine. Particolare attenzione alle bevande molto fredde, mentre, da ridurre al minimo bevande alcoliche.

 

3. Frutta e verdura come spezza fame

Via libera a frutta e verdura di stagione variando in base al colore. Tra quelli più ricchi di acqua, sali minerali e vitamine ricordiamo: melone, anguria, ananas, mirtilli, pere pomodori, cetrioli, sedano, lattuga o zucchine. Ottimo l’utilizzo come spezza fame tra un pasto, si può scegliere di consumarli interi oppure si può optare per preziosi centrifugati di frutta e/o verdura o ancora scegliendo golosi frullati a base di frutta fresca. Ovviamente ricordate di non eccedere e rispettare le consigliate porzioni giornaliere.

4. Evitare alcuni alimenti

Consumare cibi leggeri evitando fritture, grassi, cibi piccanti, condimenti troppo elaborati che possono rallentare i processi digestivi. Pertanto, privilegiate pesce fresco per la sua alta digeribilità.

 

5. Golose trasgressioni

Per la felicità dei più piccoli e non solo, assumere con moderazione una piccola coppa di gelato artigianale (un paio di palline, crema/frutta) con gherigli di noci, scaglie di mandorle o nocciole tritate; raramente dopo pranzo o cena e soprattutto mai in sostituzione al pasto principale (non potrà mai sostituirlo) ma preferibilmente per uno spuntino. Limitare l’assunzione di sorbetti e ghiaccioli, fonte di zuccheri semplici.

Ricordate: la corretta alimentazione non và mai in vacanza soprattutto durante l’estate!

 

Pane, amore e Caciocavallo: intervista a Saverio Mancino

In molte tendenze alimentari si brandiscono cibi attorno ai quali si costruiscono tradizioni e storie, molto spesso inventate per futili scopi di marketing. Il caso del caciocavallo, invece, racconta e raccoglie attorno a braci ardenti la cultura Lucana, la necessità alimentare di disporre prodotti in grado di abbattere la stagionalità, la possibilità di recuperare la sfera conviviale del cibo e riallineare e ri-allenare al gusto vero e genuino del formaggio.

Saverio Mancino è l’uomo del caciocavallo impiccato: founder & project manager del caciocavalloimpiccato. In questa intervista narra e racconta cosa si cela dietro il suo “progetto” culinario.

Un saluto dalla redazione di Typigo e un benvenuto su questa nuova piattaforma.

Grazie a voi per l’invito!

Partiamo subito con il dire che Saverio Mancino è l’uomo del caciocavallo impiccato, raccontaci la tua prima “impiccagione”.

La mia prima “impiccagione” è stata a 5 anni (ovvero 44 anni fa) nel bosco della Sellata tra Pignola e Abriola (PZ – Basilicata). Ricordo il momento in cui mio zio Rocco, dopo aver preparato tutte le delizie da picnic con brace primeggiante, arrivò con una fune e chiese a mio padre di passargli il caciocavallo messo in disparte tra le altre vivande: vidi elaborare un cappio per metterlo intorno al collo del caciocavallo e poi appenderlo al ramo dell’albero in corrispondenza del carbone ancora ardente e servito per preparare altri cibi.

Mentre faceva il cappio notò i miei occhi curiosissimi, tanto da iniziare a raccontarmi la storia dei pastori e della loro transumanza, di quando portavano con loro il caciocavallo perchè facente parte del cibo gestibile nel tempo. I pastori lo adagiavano al collo del cavallo e quando arrivavano nel posto di ristoro, di solito sotto un albero, scaricavano il cavallo da tutto quello che avevano portato e il caciocavallo, in particolare, veniva appeso al ramo dell’albero – sia per tenerlo lontano dagli altri animali del bosco sia perchè si conservava meglio – e a quel punto in corrispondenza del carbone utilizzato per preparare altri cibi, il formaggio iniziava a sciogliersi per induzione del calore che la brace sprigionava.

Mio zio vide la mia faccia stupefatta e affascinata dalla storia che stavo “vivendo in diretta” grazie alla ripetizione della tradizione e mi omaggiò della prima bruschetta! Momento indelebile di grande amore per il luogo e per i cibi che i miei parenti mi stavano insegnando a degustare.

Perché e come è nato il progetto del kit del caciocavallo impiccato?

Noi pignolesi,  ma anche tutti gli altri abitanti della provincia di Potenza, abbiamo sempre portato avanti questa tradizione: nei nostri picnic nel bosco non mancava mai il caciocavallo tra le vivande. Se qualcuno si dimenticava di portarlo era la fine! Una volta ho visto amici andar via prima di iniziare la scampagnata. Andò così: “chi ha portato il caciocavallo?” nessuna risposta… “va be’, ci vediamo domani, ciao!!!”

Da quando vivo a Roma mi piace cucinare e preparare delizie per i miei amici romani: un giorno decisi di fargli degustare il caciocavallo impiccato ad un picnic in agriturismo…fu un successone, tanto da chiedermi se potevo ripeterlo anche nel giardino delle loro case! Da quel momento ho capito che poteva diventare un business proponendo un kit che arrivasse a casa insieme ad altri prodotti Lucani.

Possiamo dire che la sua “Madeleine de Proust” è il caciocavallo?

E già! Infatti molti lucani che ora vengono a degustare il nostro “caciocavallo impiccato Lucano” agli street food, quando si avvicinano e sentono il profumo del nostro caciocavallo sciolto, ci dicono che gli stiamo facendo ritornare alla mente l’amata Basilicata in un nano secondo.

Con il suo KIT BOX Caciocavalloimpiccato si veicola buon cibo indubbiamente, ma possiamo dire che si recupera anche la parte conviviale, del mangiare insieme e della condivisione?

È la prima cosa importante di questa tradizione (ricordo che i pastori erano in tanti quando viaggiavano) e noi l’amiamo proprio perché è fortemente conviviale.

Qual è l’abbinamento perfetto del caciocavallo?

L’abbinamento che ho composto io ovviamente: con tartufata Lucana, miele del Pollino e il peperone Crusco. Ricetta che ho testato proprio con gli amici romani con l’obbiettivo di fargli fare un percorso gastronomico della Lucania in “un solo morso”!

A proposito di caciocavallo impiccato: è più importante la memoria del gesto o la memoria gustativa appresa e immagazzinata durante la sua vita e la sua infanzia?

Tutti e due allo stesso modo, perché il concept della territorialità porta con sé tutti gli aspetti della tradizione e della genuinità dei prodotti per poter realizzare questo fantastico gourmet.

Possiamo dire che noi Lucani con il caciocavallo impiccato abbiamo inventato una prima forma di show cooking?

Sicuramente, ci stanno tutti i presupposti.

Lei è Lucano, c’è un’altra tipicità del territorio che ama particolarmente?

Solo una?? Tantissime. A cominciare dalla zuppa di fagioli Scritti del Pantano di Pignola presidio Slow Food, una delizia mondiale! Gli strascinati con peperone crusco e cacioricotta grattugiata, i tummascied’ (involtini di interiora di maiale con alloro e altre spezie) e tutti salumi conservati nei vasetti con la sugna (strutto).

Il cibo può diventare uno strumento attraverso il quale rilanciare il turismo in Basilicata? Se sì, in che modo?

Secondo me lo stiamo già facendo in molti, informando, comunicando, videobloggando e investendo. Un pò come abbiamo fatto noi con il nostro portale (http://caciocavalloimpiccato.net), parlando della storia del caciocavallo impiccato: attraverso foto e video che raccontano i prodotti che usiamo, la loro territorialità e un tocco di cultura.

Quale direzione sta prendendo il Caciocavallo adesso che i confini Lucano sono varcati?

A Luglio 2018 abbiamo costituito una nuova startup per favorire l’ingresso di nuovi soci finanziatori, questi stanno contribuendo allo sviluppo del progetto nazionale e in futuro internazionale: un abruzzese e tre romani che hanno creduto sin da subito all’idea, al progetto e al prodotto con il suo portato storico e territoriale. Questo il team: Antonio Mazzone CFO, Corrado De Luca sales e marketing, Federico Leproni responsabile vendite, Lauro Lauri investment manager e mia figlia Michela amministratrice. Con questo gruppo di lavoro siamo pronti ad affrontare le future sfide che ci attendono.

 

La strazzata lucana sbarca (e sbanca) sulla costa barese!

Viene calato a tarda ora, da una finestra della casa dei novelli sposi, è un cesto di vimini con dentro le famose strazzate. Dopo il già lauto pranzo nuziale ed il ‘’rinforzino’’ del ricevimento serale, gli irriducibili mangioni, altresì conosciuti come amici degli sposi, si recano sotto l’abitazione della nuova coppia, e con l’aiuto di un organetto, iniziano a cantare a squarciagola tarantelle e serenate, finché quelli non si affacciano. Se si scava nella tradizione orale di Avigliano (PZ), i ricordi della strazzata rimandano subito alla gioia del cibo “speciale” per le occasioni speciali. Lo sguardo degli ultimi vecchi rievoca ancora quei momenti semplici ma felici e, soprattutto, reali.

 

La strazzata, focaccia pepata il cui gusto “strazza” (lacera) le pupille gustative, è il cibo della condivisione, va strappata tra i commensali, è quindi sinonimo di unione, di nucleo, di cittadinanza. In abbinamento a lei è d’obbligo una bella bevuta di vino, a piena bocca. Un Aglianico fresco, fatto scendere a fontanella, prelevato sul momento dal secchio dell’acqua ghiacciata del pozzo. La strazzata, non è altro che una focaccia ricavata dalla pasta lievitata e cotta a forno caldo, appena liberato dai carboni ardenti. Dopo circa quindici/venti minuti le forme rotonde di strazzata sono estratte, profumate, in attesa che si raffreddino per poter essere gustate in tutta la fragranza e il pizzicorio del pepe che “pizzica” la lingua, appunto, in un solletico goloso.

Un’isola antica e felice quella della strazzata, dispersa nel tempo della modernità. Chi si occupa del suo recupero e del suo rilancio, anche sul “continente”, è l’associazione “Il Cigno”, composta da un nutrito numero di giovani volenterosi, amanti delle tradizioni e della loro terra. Si battono per far si che tutta la loro regione, anche attraverso “l’esportazione” di questo prodotto, possa essere valorizzata. Uno dei modi di riuscirci è sbarcare anche in terra barese, precisamente a Giovinazzo, cittadina balneare non molto distante del capoluogo pugliese, all’interno del Beach Village, un vero e proprio villaggio del gusto allestito sul Lungomare Marina Italiana. Qui, la strazzata, è uno dei prodotti che stanno riscontrando maggior successo. E a ben vedere anche il chiosco, più che ad una semplice baita, somiglia più ad un piccolo protettorato della Basilicata. È’ in questa splendida cornice, a pochissimi metri dal mare, che ho modo di intervistare una rappresentativa dei ragazzi dell’associazione il Cigno.

 

Oh finalmente uagliò. Che bello ospitarvi su questo blog! Prima domanda: avete finalmente raggiunto l’iscrizione del vostro prodotto nell’elenco dei prodotti tradizionali?

Certo, è stato un lungo percorso. Ci siamo riusciti nel 2010.

Ora torniamo alla “Strazzata”. Dove si produce?

Sarebbe riduttivo dire che l’area di produzione della Strazzata sia la frazione di Stagliuozzo nel comune di Avigliano (PZ). Si tratta di una produzione tipica della cultura aviglianese e quindi territorialmente presente in tutta l’area delle frazioni di Avigliano, Filiano, Pietragalla e, più in generale nel territorio dell’Alto Basento, la cosiddetta nazione Aviglianese. Le aree rurali di questa zona presentano prevalentemente coltivazioni cerealicole, pascoli per gli allevamenti ovicaprini e bovini, oltre a una piccola orticoltura di montagna.

Che varietà di grano utilizzate?

Tutte varietà di grano duro o tenero diffuse nel circondario di Potenza, come riportato anche nei documenti storici conservati nella biblioteca provinciale di Potenza quale ad esempio “Inchiesta sul clima del grano in Basilicata” del 1926, che si sono persi nel tempo. Ma alcuni forni, grazie ad un’intensa e capillare opera di recupero attuata dall’Alsia, mediante l’Azienda agricola sperimentale “Pantano” di Pignola, con campi dimostrativi di antiche varietà di frumento, si sono riappropriate di queste farine per la panificazione. È il caso del frumento duro Senatore Cappelli o dei teneri Carosella e Risciola che tornano ad essere utilizzate per l’impasto della Strazzata.

Come si presenta?

La Strazzata è una focaccia dalla forma circolare, con al centro un buco. Il suo colore è giallo “paglierino”.

Come si consuma?

Si mangia calda, appena sfornata, oppure fredda, ed è ottima sia da sola sia farcita con salumi, formaggi, salsiccia, peperoni, frittata o ciambotta, sempre accompagnata dai generosi vini tipici delle campagne lucane, come l’Aglianico del Vulture Doc.

Adesso, per deformazione professionale, non posso che chiedervi l’analisi sensoriale del vostro prodotto.

La Strazzata si caratterizza per la percezione ad intensità moderata di odori e sapori di farina, di frutta, di pepe e di malto, è mediamente molto piccante, sensazione tattile percepibile in bocca e causata chiaramente dal pepe. Riguardo alla sua texture, valutabile sia al tatto che in bocca, è possibile affermare che la Strazzata è un prodotto soffice, elastico ed umido, attributi percepiti ad intensità elevate.

Un bene, come abbiamo visto, quello che fate a tutta la vostra terra e non solo ad Avigliano. Molti sono i prodotti di nicchia e di “nicchissima” che avete raccolto nella vostra regione, rastrellandola da cima a fondo… e che mettete in vendita qui a Giovinazzo.

Certo, alla ricerca della più alta qualità e di una storia lucana al 100%, siamo entrati in contatto con realtà bellissime, condotte da persone che, come noi, condividono lo scopo di fare una carezza a tutto il territorio Lucano, prendendo allo stesso tempo sia il cuore che lo stomaco dell’assaggiatore-scopritore: altri prodotti eccellentissimi e degni di menzione, che è possibile acquistare a Giovinazzo sono: il caciocavallo podolico Presidio Slow Food, la salsiccia stagionata di suino nero, la mortadella, il capocollo ed il prosciutto crudo di montagna, le conserve prelibate, e l’unica ed inimitabile melanzana rossa di Rotonda (PZ) che da fuori sembra un pomodoro da insalata o un caco, ma è una melanzana. La melanzana rossa si produce a Rotonda, cittadina Lucana immersa nell’area protetta più estesa d’Italia: Il Parco Nazionale del Pollino. Come non citare poi il pesto di Stigliano, d’un profumo inimmaginabile, i funghi, il miele, la pappa reale, il polline…

Il polline?

Certo, è un perfetto sostitutivo degli integratori energetici. Noi li acquistiamo direttamente presso un’azienda fantastica ad Olivieto Lucano (MT). Ne parleremo meglio un’altra volta.

Ed i peperoni cruschi di Senise?

Ah ma quelli non li nominiamo nemmeno più, fanno parte dei nostri muri, appesi come drappi preziosi, fanno parte dei balconi, fanno parte dei nostri piatti e delle nostre menti. Sono l’oro rosso della Basilicata. Per chi non li conoscesse, si tratta di una particolare qualità di peperoni dolci a basso contenuto di acqua, tipici di Senise, I.G.P. In estate vengono raccolti e infilati con ago e filo, realizzando una sorta di collana che viene poi esposta al sole così da far essiccare i peperoni. Sono diventati simbolo della regione.

Non mi avete detto nulla dell’ormai prossima festa della strazzata. Il vostro giorno per antonomasia.

La sagra della strazzata, giunta ormai alla sua XXI edizione, si tiene a Stagliuozzo e anno dopo anno è diventata un successo regionale clamoroso. Richiama sempre più persone, ormai siamo ad oltre 10.000 presenze… così tanti che ormai tutti gli uomini e le donne della nostra piccola frazione si cimentano nell’organizzazione e nell’allestimento della sagra.

Per salutarci, invece, torniamo a parlare del vostro chiosco barese. Dove e quando trovarvi?

Siamo al Giovinazzo Beach Village, sul lungomare marina italiana. Potete trovarci tutti i giorni fino a settembre. Raggiungeteci e provate questo prodotto di montagna in riva al vostro mare. Vi assicuriamo che non potrete più farne a meno.

La parmigiana di melanzane come la nonna comanda

È il piatto unico per eccellenza dell’estate: la parmigiana di melanzane.  Riesce a rendere felici tutti a tavola, dai bambini agli adulti. Ed è per questo che le nonne sanno bene che, quando si cimentano con la sua preparazione, una teglia non può bastare ma ce ne vogliono almeno due.

 

L’origine di questo piatto è conteso in tutta la penisola italiana e in ogni regione le varianti sono frequenti. Ogni ricetta è ampiamente apprezzata. Pomodoro, melanzane, basilico e formaggio costituiscono la base per la realizzazione. A questi ingredienti si aggiungono zucchine, alici, patate, uova sode, molta fantasia e varie tradizioni locali come infarinature e immersione nelle uova.

L’ingrediente principale è ovviamente la melanzana. Ve ne sono di ogni tipo: quelle che si prestano egregiamente per la ricetta sono le lunghe napoletane o le ovali di grandi dimensioni. Ben sode al tatto equlibrate quanto a durezza e morbidezza, di un colore viola scuro e lucide.

Poi c’è la scelta dei formaggi che nella combinazione con la melanzana riesce a dare quel tocco di sapore che spesso la caratterizza in relazione alle varie produzioni locali dei differenti territori.

 

Una versione più “leggera” fa propendere per una preparazione con la melanzana grigliata. Per chi non vuole offendere gli sforzi della preparazione pur salvaguardando gli sforzi di tenere la propria linea.

Infine esiste la pretesa della nonna di pensare che la seconda teglia possa essere conservata in frigo con la carta stagnola persino per 1 oppure 2 giorni, salvo ricredersi a tavola che anche la seconda teglia sarà assolutamente apprezzata in quello stesso pranzo.

Ma le nonne si sa, sono subito pronte a rimettersi all’opera per la gioia di tutti.

[ Immagini: web ]