Gli ulivi millenari dell’agro monopolitano

L’Adriatico infrange le sue nuvole schiumose su una di quelle cittadine che solo noi meridionali possiamo capire, una di quelle che, quando le attraversi, a seconda dell’orario profumano di ragù o di sapone, una di quelle con le tende in finto pizzo a sventolare fuori dalle finestre come vele di navi impazzite.

Oggi il controllo l’ho perso io, a spasso per le campagne di Monopoli, fiorente centro a Sud di Bari, poco sotto Polignano. Partendo dal centro, antiche viuzze si sperdono cento volte nelle campagne dove masserie, chiese rupestri e ipogei carsici vanno a comporre un mosaico dalla bellezza semplice ma disarmante.

L’oro di Monopoli è indubbiamente l’olio, sangue di ulivi millenari, scolpiti dal tempo e dal vento. Profumato, intenso ma non esagerato, rispetta il cibo che accompagna senza sovrastarlo. Aggirarsi per quelle campagne piene zeppe di alberi monumentali è come saltare in un’altra dimensione. Percorrendo le lunghe e tortuose contrade non sembra nemmeno di essere in Italia, e non sembra nemmeno di essere nel 2018. Un ‘’Treruote’’ ci attraversa la strada: sarà l’unica presenza ‘’tecnologica’’ che vedremo.

Un colossale Carrubo ci abbraccia proprio quando pensavamo di esserci persi, ed un cagnolino vivacissimo ci corre incontro per farci le feste. Dopo le doverose coccole, ci conduce verso una casupola bianca nascosta tra le fronde degli aranci. Ne raccogliamo qualcuna, la divoriamo con una voracità che difficilmente si mostra verso un frutto. ‘’Tuttanaltracosa!” Sarà che colte-e-mangiate le cose acquisiscono più sapore, sarà che rubate-e-mangiate ne acquisiscono ancor più, ma si è trattato sicuramente di una delle migliori arance che abbiamo mai assaggiato.

Speriamo di non essere stati sgamati da nessuno! Dice, tra il serio ed il giocoso, uno dei miei compagni di avventura. Secondo me invece i mille occhi invisibili di chi qui lavora ci hanno visto da un pezzo. Non solo, sono anche felici della nostra visita spontanea, ingenua, tipica di quei nipotini di città che si ricordano una volta ogni morte di Papa di andare a trovare i loro vecchi parenti di campagna. Sono contadini gentilissimi che ci lasciano fare e che sapranno già tutto di noi.

Torniamo a percorrere il sentiero, il cagnolino ormai non ci lascia più. Lo ribattezzo Argo, come il cane di Odisseo, “offcourse”.

Dopo una curva stretta stretta, come sbucata dalla terra, ecco comparire una struttura enorme: la maestosa chiesa di Cristo delle Zolle, una delle chiese rupestri più grandi di Puglia. I primi documenti che la riguardano sono del 1600 ma, stando qui, pare di essere al cospetto di un megalite geomagnetico dove forze misteriose ancestrali si intersecano fin dalla notte dei tempi, concedendo ai fedeli la possibilità di essere venerate. Adiacente al plesso, si staglia un grande anfiteatro bianco di recente costruzione, che gode di una quinta straordinaria come la facciata della chiesa. Tutto però sembra essere inutilizzato da molti anni. Ben conservato, ma semplicemente abbandonato. Inutilizzato. Dimenticato.

Ecco che, improvvisamente, mi ricordo di essere in Puglia, in Italia.

Mario “”Bolivar” Pennelli

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