“In viaggio con Nonna: Milano – San Giovanni Rotondo”

Quanto è imprevedibile la vita.

Era l’ora di pranzo. Mi trovavo nella “Milano da bere” ed in quanto a bere non potevo certo lamentarmi. Un amico pugliese, giovane ristoratore, aveva deciso di stappare qualche sua chicca per l’occasione: fu una rassegna memorabile di rosati e bollicine.

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Nel pomeriggio mi recai immancabilmente in Corso Como 10, presso lo storico atelier messo in piedi dalle sorelle Sozzani, guru dello style nel mondo. Una mostra fotografica, only Black and White, era esposta nei lunghi corridoi bianchi della celebre palazzina, punto di riferimento per generazioni e generazioni di amanti del bello. Non potevo non atteggiarmi, soprattutto perché nel gruppone di visitatori alle mie spalle v’erano nell’ordine: giovani giapponesi amanti della dolce vita, vecchi radical chic dall’abbigliamento poco convenzionale, oligarchi russi, svedesi in ciabatte ma aventi IKEA per cognome, alti porporati, mega direttori galattici. Insomma, non potevo fare brutta figura, non potevo distinguermi come il solito terrone caciarone, quindi mantenni un comportamento sobrio ed un tono di voce sommesso per tutti i 45 minuti del ‘’tour’’. Certo, ogni tanto emettevo un ‘’apperò’’ o un ‘’ullallà’’ ma sempre molto contenuto, fingendo di sventagliare in aria un monocolo invisibile che avvicinavo all’occhio soltanto al cospetto di alcune selezionatissime opere.

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Peccato che, in fondo a questa storia ed a quella camminata, debba esserci un però. Un grosso però. C’è sempre un grosso però nelle mie storie e nelle mie camminate.

Il telefono squilla e risquilla. Era mio nonno. Temendo per le probabili gaffe che m’avrebbe causato (e lui è un tipo che me ne crea anche solo telefonandomi, o addirittura immaginandomi) non gli risposi. Avrei aspettato la fine della mostra per farlo. Dal momento che però lui non si arrendeva, tanto da scomodare mia madre che prese a telefonarmi a ripetizione (anche lei!) decisi – inspirando forte e trattenendo il fiato simil apnea – di stappare il vaso di pandora, ovvero di rispondergli.

Ora, c’è da dire che mio nonno è un filino sordo (fu a causa di una bomba nella II Guerra Mondiale, mi disse una volta. Che stai a dire – ribatté subito mia nonna – se sei nato nel ‘48!?!).

Come ben saprete i semi-sordi tendono ad alzare la voce non accorgendosene nemmeno. Peccato che io mi trovassi in un grande spazio, silenzioso, sacro, dove l’effetto “eco da basilica” era garantito. Ed in effetti, in tutta la galleria d’arte il suo gridare fu recepito da tutto il carrozzone di turisti strampalati che avevo al seguito e che nel frattempo si erano incuriositi alla faccenda. Beh, senza fare troppi giri di parole, mio nonno gentilmente mi obbligò a tornare a Bari per prendere mia nonna ed accompagnarla alla Mecca di Puglia, vale a dire in quella località sanctissima che ognuno deve visitare periodicamente: San Giovanni Rotondo.

Se è vero che, come dicono dalle mie parti, dal guasto esce l’aggiusto, dal viaggio forzato con nonna (e con la signora Rosa, sua vicina di casa) nella terra del frate con le stimmate ne ricavai una delle “odissee del gusto” più divertenti che possa ricordarmi.

Innanzitutto perché nonna e Rosa in auto sono state uno spasso. Da Bari sino a San Giovanni Rotondo (cittadina garganica che l’amica di nonna continuava a chiamare Pietrelcina, ovviamente confondendosi con la città natale del santo) le loro argomentazioni vertevano attorno a 3 grandi capisaldi:

1) Malattie leggendarie e come curarle

2) Sposalizi e sgravature in arrivo

3) Cento e uno modi di fare la tiella di ‘’patate riso e cozze’’

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Su quest’ultimo punto, intuendo la degenerazione potenziale della discussione, colsi la palla al balzo e lanciai la provocazione-bomba sulla ‘’zucchina si/zucchina no’’ all’interno della tiella. Se tutto fosse andato come previsto, saremmo giunti fin nella cripta di Padre Pio dibattendo solo della possibilità o meno di aggiungere questo ortaggio alla ricetta tradizionale. La Signora Rosa, ad esempio, rivendicò l’utilizzo della zucchina. Piccola postilla, però, la signora Rosa non è di “Bari Bari”. La signora Rosa è di una frazione, ormai diventata quartiere, a 5 km dal centro, che prende il nome di Carbonara. Al che mia nonna inspirò a lungo, similarmente a quanto fatto da me prima di rispondere alla telefonata di mio nonno, ed entrò in takle sulla faccenda:

Noooo, signora mia (dovete sapere che mia nonna e la sua amica continuano a darsi del ‘’Lei’’ dopo 30 anni e passa) non ci siamo. Io sono nata a Bari Vecchia, e noi siamo della mentalità che la zucchina non ci va. In estate, al massimo, così da renderla più fresca e delicata. Allora si, ce la può mettere.

Avevo fatto breccia, le donne quasi si accapigliavano come due groupies di Albano in attesa di entrare in camerino a fine concerto. Dopo un tornante la statua di “San Michele Arcangelo alla Curva” ci diede il benvenuto in città. Eravamo giunti a Saint John Round, ma il meglio doveva ancora venire.

Nel frattempo, un maestro macellaio del luogo, un amico, un autentico amante e conoscitore della nostra terra, mi aveva inviato le foto delle leccornie che stava preparando per me, in macelleria. Il mio pellegrinaggio laico aveva uno scopo mistico: la musciska, la carne essiccata che un tempo solevano sgranocchiare i pastori durante la transumanza. (continua)

Mario Bolivar Pennelli

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