La carchiola: il cibo dei poverissimi

Innanzitutto dobbiamo dire che la miseria era ovunque, erano tempi talmente magri che la morte, alle volte, poteva risultare una liberazione. E’ per questo che i rituali funebri venivano arricchiti da tutta una serie di gesti spesso ironici, se non proprio comici, dei quali racconteremo un’altra volta. Oggi invece parliamo di un piatto tipico, la carchiola, la focaccia non lievitata di farina di mais, detta anche il pane dei poveri. Oggi totalmente in disuso, se non durante qualche sagra, la carchiola durante il fascismo, per effetto della razionalizzazione del pane, accompagnava le minestre, mentre il pane di grano era un lusso da riservarsi alle grandi occasioni oppure ai malati gravi come testimonia il detto ‘’ridursi al pane di grano’’ ovvero essere moribondi.

Se anticamente la carchiola si otteneva impastando farina di mais con acqua bollente e poi si metteva a cuocere sotto una coppa di ferro ricoperta di brace, successivamente le donne impararono a fare ricorso alla graticola, cioè una sorta di griglia di ferro ruotante, dalla forma circolare, al fine di consentire alla carchiola di cuocere in maniera omogenea facendola ruotare sul fuoco. La carchiola si poteva cuocere in poco tempo, le massaie disponevano a fontanella della farina di mais bianco, aggiungevano acqua tiepida e un pizzico di sale e poi impastavano. Stendevano l’impasto, gli davano una forma circolare e lo deponevano sulla graticola.

A parte, preparavano le minestre di accompagnamento, gettonatissima quella di cavolo-verza. Il pranzo in questo modo dava un senso di sazietà e di calore, utile per i lavori pesanti, all’aperto, soprattutto nel periodo invernale, quando la miseria si avvertiva maggiormente.

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