La leggenda del pesce fuggito

Ascoltando, in barca, le storielle del pescatore Paolo, di suo fratello di Mincuccio e del loro acerrimo collega-rivale Francesco, da loro soprannominato “ù 22”, il numero dei matti, ho riscoperto l’esistenza di un piatto che, in qualità di barese, faceva già parte della mia memoria storica, che annovera al suo interno ingredienti come povertà, inventiva ed una buona dose di ironia. Questo piatto prende il nome di “spaghetti con il sugo di pesce fuggito”, oppure, per dirla come Paolo, Mincuccio e Francesco 22 “spaghitte ch-u péessce fesciute”. Fuggito, nel senso che il pesce nella pietanza…non c’è.

Ma lasciamo la parola proprio a Paolo e Mincuccio, con un’opportuna traduzione: Dal momento che i pescatori vendevano il loro pesce migliore, nelle loro reti non rimaneva altro che qualche conchiglia, o al massimo qualche sasso preso dal fondale. Bene, per regalarsi e regalare alla loro famiglia l’illusione di star mangiando un buon primo di mare cosa facevano questi geniacci? Non buttavano le pietre che erano rimaste impigliate nelle reti, ma ci profumavano il loro condimento per la pasta! La presenza infatti, di sale marino, di alghe o altri sedimenti, in effetti, traeva tutti in inganno dando veramente l’impressione che si trattasse di una pietanza arricchita dalla presenza di un pesce. E ai loro figlioletti, che, una volta con il piatto in tavola, li interrogavano su dove fosse fuggito il pesce che aveva insaporito la loro pietanza, quelli non potevano far altro che rispondere che era fuggito dalla pentola!

Certo che dovevano essere proprio dei “biiip” quei pesci! Loro e la loro razza chiavica!

Mario “Bolivar” Pennelli

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