Pugliesi in trasferta a Milano

Il treno finalmente giunse sotto la gigantesca tettoia metallica della stazione di Milano. Dopo sole 10 ore di travaglio, il Freccia Rotta di Puglia aveva raggiunto il suo scopo: disperdere i suoi passeggeri tra le nebbie “lumbard”. Due di questi, il reporter appassionato di viaggi&cibo Mario Bolivar e la Contessina Raimonda Arboria Gattinara Infanta di Cellamare (figlia segreta della principessa Anastasia Romanov e di Albano Carrisi), per non perdere altro tempo in vista dell’arrivo, avevano iniziato a risistemarsi fin da Reggio Emilia. La loro mossa tattica però venne imitata da tutti gli altri prigionieri del vagone, tutti tranne uno: la loro vicina di posto, una giovane manager in carriera fighissima di una bellezza smart e crudele, la quale con il portatile tra le mani aveva trascorso le ultime 30 ore a ricevere ed inviare mail, sicuramente da/ed/ad persone importantissime, armatori, capi di Stato, ambasciatori, porporati e dittatori fighi e crudeli quanto lei.

Sicuramente, una volta a Milano, qualcuno sarebbe venuto a prenderla con l’auto blu o l’elicottero turchese. I nostri due reporters invece erano attesi da una mongolfiera allacciata ai palloncini degli ambulanti in piazza Duca d’Aosta.

Nell’ultimare le operazioni di “risistemaggio” Mario sentì l’esigenza di farsi il segno della croce: infatti occorreva un miracolo per scendere dal ripiano bagagli la propria valigia e quella della sua compagna di viaggio.  Non tanto per la sua, che rientrava nei severissimi parametri di Trenitalyanair, quanto per quella della Contessina Raimonda Arboria Gattinara Infanta di Cellamare che era un cincinin più pesante: 100 pud sovietici, ovvero 1634 kg! L’ingombrante bagaglio, ovviamente, durante tutta la trasferta, sarebbe stato trascinato dal buon Mario, il quale aveva cavallerescamente promesso alla nobildonna di farle da facchino non sapendo di firmare così la sua condanna a morte.

E cosa poteva contenere mai per essere così pesante? Lo “stretto necessario per un giorno e mezzo giorni fuori porta” assicurò lei. Ecco a voi la lista completa dello “stretto necessario per un giorno e mezzo fuori porta”: 16 abiti modello “ballo viennese delle debuttanti”, un corredo buono per il giorno in cui si sarebbe sposata, 18 paia di scarpe comprese quelle in pelliccia di chupacabra, il guardaroba estivo della vecchia zia duchessina di Palagiano, il guardaroba autunnale della vecchia zia duchessina di Palagiano, il guardaroba invernale della vecchia zia duchessina di Palagiano, e – per finire – il cadavere impagliato di suddetta zia duchessina di Palagiano.

Nell’appropinquarsi a quel bagaglio pesantissimo Mario sudò freddo. Avrebbe dovuto afferrarlo e scaricalo senza mostrare debolezze e soprattutto senza sfracellarlo sulla manager che continuava imperterrita a mandare mail d’importanza internazionale. Da copione le gambe del povero facchino iniziarono a cedere, le ginocchia a scricchiolare, ed i bottoni della camicia a partire via tanto veloci da perforare i finestroni del Freccia Rotta. Ed alla fine sì, il maxi carico gli sfuggì di mano. Non seppellì la manager, messasi in salvo mano a mano che l’ombra del bagaglio si faceva più grande sulla sua testa a mo’ di eclissi solare. Il portatile però non ebbe scampo alcuno. La poveretta non poté così inviare le sue ultime mail, e – a suo dire – fermare la crisi politica in atto tra USA e Corea del Nord.

Che la vacanza sarebbe continuata su quella falsa riga Mario se ne accorse in albergo. La sistemazione non era male, anzi, tutto tecnologico, astratto, moderno. Forse anche troppo. Persino nella cabina doccia c’erano tanti di quei tasti e pulsanti da far sembrare datati gli interni dell’Enterprise. Bene, anzi male, perché Mario, di fronte a tutti quei tasti, alla ricerca dell’acqua calda, ne premette uno a caso. L’esito nefasto fu l’immediato azionamento dell’allarme antincendio, con conseguente fuggi fuggi di tutti gli ospiti del pianerottolo e l’irruzione in camera di uno della reception vestito da vigile del fuoco.

Ma anche la contessina Raimonda non era da meno in quanto a gaffe: per raggiungere la “zona Navigli”, salendo in metropolitana con la celerità di un messicano durante la siesta, rischiò di farsi tranciare in due dagli sportelli automatici, tipo tonno al mercato di Mazara del Vallo. La nobildonna venne tratta in salvo da un’arzilla ottantaduenne che, in seguito al gesto eroico, le fece anche il classico rimbrotto con l’indice puntato: “velocità signorina, le occorre velocità. Secondo me dovrebbe fare un po’ di moto!”.

Sui Navigli, perlomeno, tutto filò liscio. Da buoni corrieri in incognito, consegnarono ad un amico terrone il “carico pericoloso”: delle favolose orecchiette baresi fatte in casa e protette, a costo della vita, dall’assalto di tutti i corregionali che avevano incontrato per strada o nei pub della zona, i quali con altezzosa superiorità si fingevano indifferenti al “pacco” professandosi ora troppo settentrionali (di Canosa) ora troppo meridionali (di Lecce) per bramarlo.

A pranzo la città di Milano seppe ripagarli d’ogni sventura con un memorabile risotto alla milanese, gustato in una osteria tipica. Il profumo, il sapore e la consistenza del riso si impressero nelle loro menti come la spada nella roccia di arturiana memoria.

Per la serata invece era in programma una super-cena in uno dei ristoranti più cool e trendy del momento, uno di quelli sulla bocca di tutti, “Olio”, in piazzale Lavater, vera ambasciata pugliese nel cuore di Milano. Lontana dai macchiettistici cliché nostrani ma anche dall’eccessivo ed asettico stile glam di quassù, il ristorante Olio, in un’epoca dove la cucina pugliese sembra ridursi al solito McDrive terronico, va in controtendenza contribuendo a renderla cool, giovane, informale, attenta ai dettagli, proprio come il suo proprietario: Angelo Fusillo, nativo di Noci, ragazzo dalla grande passione e dai grandi obiettivi.

La splendida Paola all’accoglienza, il bravissimo chef Marco Misceo e tutto lo staff di sala, capitanato da Giampiero Romano, rigorosamente ALL made in Puglia, regalano al cliente di un ristorante “regionale” ciò che non si aspetterebbe mai: attenzione, precisione, comfort. Forza assoluta del posto è, nomen omen, eccellente  olio dell’azienda Muraglia di Andria. Angelo voleva farne marchio distintivo, tributarne i giusti onori, non solo in quanto uomo di Puglia ma, allargando i parametri geo-storici, uomo del mediterraneo. “Olio” a Milano è la casa dell’olio, vero nettare, linfa, sangue di noi pugliesi dalle vene incavate nel legno e dalle rughe d’espressione scolpite dal tempo. Particolare meritevole di nota: appena seduto il cliente troverà ad attenderlo una boccetta piena d’olio, che potrà divertirsi a mettere un po’ ovunque, in qualsiasi momento del pasto, soprattutto sul pane croccante. Laddove finita la cena dovesse avanzarne, è assolutamente libero di portarsi la boccetta a casa.

Il reporter aprì le danze con una crema di cicerchie, puntarelle e peperone crusco al quale seguì lo spaghettone aglio, olio, peperoncino, calamaretto spillo & polpa di riccio (Mario era un canaruto DOC) per finire con l’uovo pochè ai carciofi in due consistenze. Insomma, un piatto dopo l’altro la serata volò via, splendidamente. A fine serata si intrattennero anche con lo staff per i giusti complimenti.

L’ora del rientro però si avvicinava. Tornarono in albergo e si costrinsero a rimanere svegli: fu una notte di lacrime e caffè. Di lì a poche ore infatti sarebbero montati sul Freccia Rotta e, prigionieri del treno, qualcosa avrebbero dovuto pur farla. Dormire.

Mario “Bolivar” Pennelli

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